Le ceramiche di Castelli

Arroccato sotto il profilo severo del Gran Sasso, il borgo di Castelli custodisce una delle avventure artistiche più sorprendenti d’Italia. Qui, dove la montagna si sgretola in calanchi d’argilla e i torrenti scendono rapidi verso la valle, la terra ha sempre parlato una lingua antica. Furono i monaci benedettini, intorno all’anno Mille, a insegnare agli abitanti come ascoltarla: come impastarla, domarla, trasformarla in oggetti d’uso che presto divennero opere d’arte.

Nel Cinquecento, sotto la protezione degli Orsini, Castelli trova la sua voce. Una voce fatta di colori caldi, pastosi, capaci di sfumare come la luce che filtra tra le montagne. È il tempo della tavolozza castellana, con i suoi blu profondi, i verdi ramina, i gialli ferraccia. È il tempo del prodigioso soffitto di San Donato, un cielo di mattoni maiolicati che Carlo Levi chiamò “la Cappella Sistina della maiolica”.

Ma è tra Seicento e Settecento che Castelli diventa leggenda. Le botteghe si trasformano in atelier, gli artigiani in pittori. Sulle stoviglie compaiono storie: episodi biblici, miti antichi, scene pastorali immerse in paesaggi abruzzesi. Nasce lo stile istoriato, e con esso l’epopea delle grandi famiglie: i Pompei, raffinati maestri di vasi da farmacia; i Grue, veri poeti del colore e del chiaroscuro; i Gentili, con le loro atmosfere delicate e contemplative. Le loro opere viaggiano verso Napoli, Roma, Vienna, Madrid. Le corti d’Europa vogliono Castelli.

Poi arriva l’Ottocento, e con esso la porcellana industriale. Il borgo rallenta, soffre, ma non si spegne. All’inizio del Novecento, grazie a Gennaro Cherubini e alla nascita della Scuola d’Arte della Ceramica, Castelli ritrova la sua energia. Le mani dei giovani tornano a impastare, smaltare, dipingere. La tradizione dialoga con il Liberty, il Déco, il design contemporaneo.

Oggi Castelli è un luogo dove il tempo sembra stratificarsi come gli smalti sulle antiche maioliche. Nel Museo delle Ceramiche convivono secoli di storia, mentre nelle botteghe gli artigiani continuano a ripetere gesti che hanno più di cinquecento anni. La tavolozza castellana vive ancora, viva come la terra da cui tutto è cominciato.

Mattonella dipinta a mano Castelli

Centrotavola in maiolica di Castelli